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PSICOTERAPIE: “Scusi, lei di che scuola è…?”

scuola psicoterapia

A questa domanda il paziente curioso – legittimamente curioso! – può ricevere risposte molto diverse, considerando anche che non tutti gli psicoterapeuti sono in grado, onestamente, di rispondere veramente ad una domanda come questa; infatti, capita che, pur partendo dall’adesione ad una teoria, a una specifica scuola di pensiero e/o di formazione, poi, nel corso del tempo ci si discosti da quelle basi, costruendo – talvolta del tutto implicitamente – un proprio modo di vedere e di intervenire clinicamente.

Ma, proprio sulla base dell’esistenza di una vera e propria babele di scuole, indirizzi e modelli con denominazioni varie, dalle più classiche alle più fantasiose, la domanda del paziente è più che comprensibile.

 

Dunque, proprio in riferimento all’impostazione di base del terapeuta, le risposte possono essere suddivise inizialmente in due ampie classi: quelle di coloro che trovano normale e adeguato parlare di questo specifico aspetto su un piano di realtà e di informazione, e coloro che non ritengono di dover rispondere ad alcuna domanda o sollecitazione che riguardi il terapeuta perché ciò potrebbe inquinare la relazione.

Nel primo caso, si risponde sul piano concreto ad una domanda razionale; nel secondo caso si risponde sul piano psicologico ad una domanda che è considerata apparentemente razionale ma che, in realtà, dice qualcosa dello stato mentale del paziente, e a cui si risponde solo nel corso della terapia, quindi indirettamente.

Tra queste due posizioni ve ne sono numerose, intermedie, e ogni scuola di pensiero ha i suoi affiliati più o meno rigidi, ortodossi, o situazionali.

 

Per illustrare con alcuni flash la varietà di risposte possibili, di fronte al terapeuta che potremmo definire ortodosso il paziente potrebbe sentirsi chiedere “Perché mi fa questa domanda?”, proseguendo per un po’ nel dialogo, senza dare una risposta.

All’estremo opposto vi è il professionista fin troppo contento di rispondere a questa domanda e parlare di sé e della propria formazione o scuola-teoria di riferimento, eventualmente utilizzando una terminologia tecnica che, naturalmente, rimane del tutto oscura per il paziente.

Altri tendono a complicarsi la vita sulla base della considerazione, e della prima reazione, del tipo “E’ un argomento complesso…” – forse dimenticando che chi sa veramente le cose di cui parla, sa anche spiegare con parole semplici argomenti complessi.

Vi può anche essere il caso del professionista che si infastidisce (per mille ragioni) di fronte ad una domanda del genere, così come quello che, in modo molto asettico e didattico, rimanda alla letteratura: “Provi a consultare il Trattato di psicoterapia di… È il miglior trattato sulle psicoterapie oggi disponibile in lingua italiana!”.

Oppure “Se vuole una risposta esaustiva alla sua domanda le consiglierei di leggere il mio ultimo libro…”.

 

Dato che esiste da qualche tempo un importante movimento internazionale volto alla integrazione dei principi e delle tecniche di base dei principali orientamenti psicoterapeutici, il terapeuta che segue tale indirizzo di psicoterapia integrata può rispondere con una frase del tipo “Faccio tutto ciò che è utile!”.

 

In altri casi, il terapeuta potrà essere più o meno argomentativo ed esplicativo, ma molto preciso, definendo il proprio approccio sulla base del capostipite della scuola a cui appartiene – classicamente: Freud, Jung, Adler, Rogers, Beck, Watson, Skinner (nomi che, però, al paziente possono dire ben poco) – oppure denominando la scuola o l’indirizzo di appartenenza, ad esempio Psicoterapia sistemica, Psicoterapia psicoanalitica, Psicoterapia cognitivo-comportamentale, Psicoterapia della Gestalt, Psicoterapia sistemico-relazionale, Psicoterapia umanistica

 

Fortunatamente, vi sono anche terapeuti che, a fronte della domanda del paziente, offrono risposte abbastanza esaurienti, esplicitando con parole semplici il proprio indirizzo, o il proprio orientamento professionale – che, in realtà dovrebbe essere sempre un orientamento scientifico-professionale.

 

In ogni caso la domanda del potenziale paziente suscita spesso nel terapeuta esperto l’impressione che, qualunque risposta si possa dare, dall’altra parte della scrivania la comprensione autentica sarà, infine, assai limitata – per non dire che il paziente ne capirà ben poco, o proprio nulla!

Cosa umana e prevedibile, del resto, perché il paziente non è – e non deve essere: non è certamente questo che lo potrebbe aiutare a risolvere i suoi problemi! – un esperto di indirizzi clinico-terapeutici nell’area delle tante scuole di psicologia clinica e psicoterapia esistenti al mondo.

 

Anche se è comprensibile che la psicologia e, all’interno di essa, la psicoterapia, possa suscitare domande del genere, da parte del terapeuta ci si può legittimamente domandare “Ma perché a un medico internista nessun paziente pone la domanda Lei di che scuola è?

Perché quando si va a farsi fare un intervento chirurgico anche banale, ad esempio la riduzione di un’ernia inguinale, a nessun paziente viene in mente di chiedere a quale tecnica il medico si attiene? ...”.

Anche in tal caso la risposta non è proprio scontata; ciò che si può dire, è che la psicologia (ancora oggi) suscita più di una perplessità – e con essa, l’intero mondo Psy – e che nel momento in cui ci si affida ad uno psicoterapeuta si concede a questa figura professionale il privilegio di… mettere le mani nell’animo umano.

Ipotesi inquietante per molti e, comunque, densa potenzialmente di incognite.

 

In sintesi, anche se da parte del professionista rispondere a questo genere di richieste del paziente può essere considerato un elemento di correttezza professionale e di giusta informazione da offrire alla persona, il più delle volte domande di tal genere nascono dall’incertezza (comprensibilissima) del paziente di fronte a qualcosa di ignoto, o poco noto, e dal bisogno di poter, in qualche modo, esercitare un minimo di controllo sulla situazione.

 

Una risposta adeguata dal parte del terapeuta, una risposta che possa offrire la giusta dose di informazione e, allo stesso tempo, rassicurare, è probabilmente il meglio che ci si possa attendere ne quadro del dovere del terapeuta a preparare il paziente all’impegno della psicoterapia.

 

Andrea Castiello d’Antonio

 

 

Articolo tratto dal mio libro

“SCEGLIERE LO PSICOTERAPEUTA.

UNA GUIDA PER PAZIENTI E TERAPEUTI

Editore Hogrefe: Firenze, 2023

 

In chiusura, ricordo che mi sono occupato diverse volte del “problema” delle scuole di psicoterapia. fin dagli Anni Ottanta, a partire dal seguente articolo, pubblicato nel 1983 su una prestigiosa rivista:

“OSSERVAZIONI SULLE ‘NUOVE SCUOLE’ DI PSICOTERAPIA IN ITALIA”.

Giornale Italiano di Psicologia, Anno X, numero 2, pp. 381-394