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LE GENERAZIONI: QUANDO GLI ADULTI CLASSIFICANO I GIOVANI PER NON INTERROGARE SÉ STESSI

LE GENERAZIONI: QUANDO GLI ADULTI CLASSIFICANO I GIOVANI PER NON INTERROGARE SÉ STESSI

I giovani sono davvero così diversi da come eravamo noi? E soprattutto: siamo sicuri che siano loro il problema?

Giovani, adolescenti, ragazzi di oggi.

Generazione Z, generazione Alpha, nativi digitali.

Le etichette si moltiplicano, le classificazioni si affinano, le distanze sembrano diventare sempre più profonde.

 

Gli adulti osservano, giudicano, confrontano. E spesso concludono che i giovani siano più fragili, meno motivati, meno rispettosi, meno capaci di affrontare le difficoltà della vita. “Sdraiati”, “seduti”, “bamboccioni”, “tatoni”, “isolati”, “digital-dipendenti”, “fiocchi di neve”…

 

Ma siamo davvero sicuri che queste classificazioni ci aiutino a comprendere le nuove generazioni? O non rischiano, piuttosto, di trasformarsi in comode categorie attraverso le quali semplifichiamo la complessità delle persone, evitando di interrogarci sul mondo che abbiamo costruito per loro?

 

L'illusione delle generazioni

Naturalmente, le generazioni esistono come fenomeni storici e sociologici.

Chi cresce in un determinato periodo condivide, almeno in parte, esperienze, linguaggi, tecnologie e condizioni sociali.

Non è la stessa cosa diventare adulti negli anni Settanta oppure oggi, in un mondo attraversato dalla comunicazione digitale, dall'incertezza economica, dalla precarietà e da una crescente esposizione al giudizio altrui.

 

Il problema nasce quando una categoria descrittiva diventa un giudizio di valore.

Quando dire “i giovani” significa attribuire a milioni di individui le medesime caratteristiche, come se l'età fosse sufficiente a spiegare comportamenti, desideri, difficoltà e aspirazioni.

Quand’ero adolescente, e mi chiedevano “Cosa pensano i giovani di questa cosa qui?” innanzi tutto rispondevo solo se capivo che la persona che parlava era “realmente” interessata ad avere una risposta – a volte gli adulti parlano per sentirsi parlare… - e poi dicevo che avrei potuto dire “io” cosa pensavo di quel dato argomento, non certo rappresentare … “i giovani!”…

 

Ogni generazione, del resto, tende a considerare quella successiva meno preparata, meno disciplinata, meno rispettosa delle regole. È un atteggiamento antico, che si ripresenta con sorprendente regolarità.

Cambiano i protagonisti, cambiano i linguaggi, ma la nostalgia degli adulti per il proprio passato rimane una costante.

Forse, allora, il problema non è soltanto capire i giovani.

È capire perché gli adulti abbiano così spesso bisogno di considerarli peggiori di quanto siano stati loro.

 

L'adolescenza non è una malattia

Un'altra questione riguarda il modo in cui interpretiamo l'adolescenza. Una fase della vita caratterizzata da trasformazioni fisiche, cognitive, affettive e relazionali viene frequentemente descritta come un periodo di crisi, instabilità, opposizione e conflitto.

In alcune circostanze, il linguaggio quotidiano sembra persino medicalizzarla: l'adolescenza diventa una specie di malattia dalla quale occorre guarire per entrare finalmente nell'età adulta.

 

È vero che l'adolescenza può comportare sofferenza, disorientamento, comportamenti rischiosi e difficoltà nella regolazione delle emozioni. Ma trasformare queste possibilità in caratteristiche inevitabili significa confondere una fase evolutiva con una patologia.

L'adolescente non è un adulto difettoso!

Non è un “niente” tra il giovane e l’adulto!

 

È una persona in formazione, impegnata a costruire la propria identità, a sperimentare l'autonomia, a mettere alla prova i limiti e a ridefinire il rapporto con le figure di riferimento.

 

La contestazione, la ricerca di appartenenza, il bisogno di riconoscimento e persino una certa incoerenza possono far parte di questo processo. Non sempre, naturalmente: esistono situazioni che richiedono attenzione e interventi specifici. Ma non ogni conflitto è un disturbo, non ogni opposizione è un segnale patologico e non ogni fragilità costituisce una diagnosi.

 

Talvolta, ciò che chiamiamo problema dell'adolescente è in (buona?) parte un problema della relazione tra l'adolescente e il mondo adulto.

 

Gli adulti come modelli: ma che cosa insegniamo davvero?

Qui si apre una questione forse più scomoda.

Gli adulti chiedono ai giovani di essere responsabili, equilibrati, rispettosi, capaci di ascoltare e di tollerare le frustrazioni. Ma quali modelli offrono concretamente?

 

Chiediamo loro di non essere materialisti, mentre una parte consistente della società misura il successo attraverso il denaro, il possesso, il prestigio e la capacità di esibire ciò che si ha.

 

Chiediamo loro di non essere competitivi in modo esasperato, mentre alimentiamo contesti nei quali l'altro viene percepito soprattutto come un rivale, un concorrente da superare, qualcuno il cui successo rischia di diminuire il nostro valore.

E, infatti, l’emergere dell’ansia da prestazione si osserva persino nelle scuole inferiori.

 

Chiediamo loro di rispettare gli altri, ma assistiamo quotidianamente a manifestazioni di aggressività verbale, disprezzo, intolleranza e umiliazione, anche da parte di persone adulte che dovrebbero rappresentare un riferimento.

E i politici non danno il buon esempio.

 

Chiediamo loro di riflettere prima di agire, ma spesso siamo noi stessi incapaci di fermarci, di ascoltare, di tollerare il silenzio.

Vedi le manifestazioni ADHD-ADD diffuse oggi nel mondo del lavoro

 

E poi ci preoccupiamo perché trascorrono troppo tempo davanti a uno schermo.

Certamente, l'uso eccessivo di smartphone e tablet può interferire con il sonno, l'attenzione, le relazioni e il benessere psicologico.

È un problema reale, che merita educazione digitale e limiti adeguati. Ma sarebbe ingenuo pensare che i giovani abbiano inventato da soli l'universo nel quale oggi sono immersi.

 

Gli schermi sono diventati strumenti centrali anche nella vita degli adulti: al lavoro, durante i pasti, nelle conversazioni, nei momenti di riposo.

Quante volte chiediamo a un ragazzo di mettere via il telefono mentre noi continuiamo a controllare messaggi, notifiche ed e-mail?

 

Il comportamento adulto comunica molto più di quanto immaginiamo. E il messaggio implicito, talvolta, è che la connessione digitale abbia sempre la precedenza sulla relazione presente.

Non possiamo pretendere che i giovani imparino a stare nel mondo soltanto attraverso le nostre raccomandazioni.

Hanno bisogno di osservare come ci stiamo noi.

 

Il paradosso educativo

L'educazione non consiste soltanto nel trasmettere regole e divieti.

Consiste anche nel rendere visibili, attraverso il comportamento, i valori che dichiariamo importanti.

 

Se predichiamo l'ascolto ma non ascoltiamo, insegniamo l'incoerenza.

Se esaltiamo il successo economico più della qualità delle relazioni, contribuiamo a costruire una gerarchia di valori nella quale il possesso rischia di prevalere sull'essere.

 

Se consideriamo la vulnerabilità una debolezza, sarà più difficile per i giovani riconoscere le proprie emozioni e chiedere aiuto.

Se li giudichiamo continuamente, potremmo indurli a nascondere gli errori anziché utilizzarli come occasioni di apprendimento.

 

Questo non significa assolvere ogni comportamento giovanile, rinunciare all'autorevolezza o considerare superate le responsabilità educative degli adulti. Al contrario: significa esercitarle con maggiore consapevolezza.

 

Un adulto autorevole non è quello che ha sempre ragione, ma quello che sa stabilire limiti senza umiliare, correggere senza svalutare, guidare senza soffocare. E che accetta, quando necessario, di mettere in discussione sé stesso.

 

Non una guerra tra generazioni, ma una responsabilità condivisa

Forse dovremmo smettere di domandarci che cosa non vada nelle nuove generazioni e cominciare a chiederci quale società stiamo consegnando loro.

 

Una società nella quale il valore personale rischia di coincidere con la visibilità, la prestazione e il successo; nella quale la velocità prevale sulla riflessione e il fare continuo lascia poco spazio allo stare, al pensare, al vivere le esperienze; nella quale la competizione può diventare più importante della cooperazione.

 

Una società nella quale i bulli sembrano avere la meglio.

In cui chi gestisce ambisce ad avere tutto, ad avere “i pieni poteri”. Cioè a comandare sudditi!

 

Non sono i giovani ad aver creato da soli questo scenario.

E non sono neppure semplici vittime passive: partecipano, reagiscono, inventano linguaggi e costruiscono nuove forme di relazione, talvolta sorprendendo gli adulti per sensibilità, consapevolezza e capacità critica.

 

Le generazioni non sono blocchi contrapposti.

Sono persone che si incontrano, si influenzano reciprocamente e condividono, seppure da posizioni differenti, la responsabilità del presente.

 

La vera sfida educativa, dunque, non è ottenere giovani che assomiglino agli adulti, ma aiutarli a diventare persone capaci di pensare autonomamente, di costruire relazioni significative e di assumersi responsabilità.

 

Per farlo, però, gli adulti devono essere disposti a offrire qualcosa di più delle proprie certezze e delle proprie critiche.

Devono offrire esempi.

Manifestare le proprie incertezze.

Porre domande e non sempre e solo risposte.

 

Perché le nuove generazioni non hanno soltanto bisogno di adulti che dicano loro come vivere.

Hanno bisogno di adulti il cui modo di vivere renda credibili le parole che pronunciano.

E forse la domanda più importante non è: “Che cosa c'è che non va nei giovani di oggi?”.

È un'altra, più difficile e più scomoda:

“Che cosa stiamo insegnando loro, attraverso il nostro modo di essere, anche quando crediamo di non insegnare nulla?”

 

Andrea Castiello d’Antonio