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La recentissima vicenda di Tania Terrin porta di nuovo alla luce non solo il femminicidio in sé stesso ma anche e soprattutto, se si vede la problematica in ottica di prevenzione, l’efficacia delle misura di tutela che, in questo caso, come in molti altri, non sono scattate adeguatamente e tempestivamente dopo 7-8 denunce presentate contro colui che sarebbe diventato l’omicida.
Aggressioni fisiche, intimidazioni, ricatti emotivi (minaccia di uccidersi), l’alternarsi da parte del violentatore di fasi aggressive ad altre di manipolazione e seduzione, sono tutti “copioni” visti mille volte, ed altre mille li rivedremo.
Inutile chiamare in causa il tema “culturale” nel momento in cui leggi e disposizioni esistono ampiamente, compresi naturalmente il reato di stalking (atti persecutori) e il reato di femminicidio, ma ciò che continua a non funzionare è l’applicazione di quelle disposizioni da parte delle forze dell’ordine che dovrebbero tutelare la salute e la sicurezza del soggetto-vittima.
Il tema è la sottovalutazione del rischio, la cautela o la superficialità con cui si procede, l’emergere di idee che tendono ad annacquare la situazione di sopraffazione, come nell’esempio – tratto da eventi di cronaca – in cui il tutore della legge dice alla donna perseguitata: “Ma è proprio sicura di volerlo denunciare? Si rende conto che in questo modo gli rovina la vita – o la carriera? Non pensa che parlando potrete riuscire a trovare un accordo e a vivere in pace? Perché non prova ancora una volta?!?”
Soprattutto quando l’uomo aggressore fa parte di determinate fasce professionali o corpi e settori istituzionali, nella mente – e nelle parole – di certi “tutori dell’ordine” affiorano mille dubbi che, istantaneamente, si insinuano nel fragile mondo interiore della donna che – molto spesso – è già ampiamente incerta sul cosa fare.
La donna che denuncia ha diritto ad essere protetta adeguatamente, consigliata in modo serio ed efficace nel rivolgersi ai centri antiviolenza e alle strutture deputate, ovvero a medici, psicologi, avvocati esperti del ramo che possano sostenerla e consigliarla nel modo più appropriato, dato che l’isolamento della vittima è sicuramente un elemento aggravante e destabilizzante.
Ma da dove nasce questa tendenza di certi “maschi” ad essere violenti, aggressivi, sopraffattori, impositori, fino al punto di ferire, mutilare, sfregiare e uccidere?
L’idea che in ogni essere umano conviva la dimensione maschile e quella femminile – l’Animus e l’Anima dello psicologo-analista Carl Gustav Jung – è ancora lontana dalla nostra cultura.
Persino nella religione cattolica l’idea di un Dio maschio-femmina, che non a caso creò “a sua immagine e somiglianza” l’uomo e la donna, sottolinea la pari dignità dei due generi, ponendo anzi al culmine della creazione proprio la donna.
Le cause psicologiche della violenza sulle donne
Uccidere il “femminile” rappresentato dalla donna è uccidere una parte di se stessi, la cui sensazione di presenza interiore è intollerabile per l’omicida che, per un malato bisogno psicologico e per un arcaico modello culturale, si conferma nella propria identità “maschile” solo attraverso il riaffermare sé come potente e decisore, il definire il proprio genere come superiore, il delineare un mondo dicotomico bianco-nero, giusto-sbagliato, in cui ogni sfumatura – e quindi ogni dialettica (in questo caso, tra i generi) – è soppressa.
Un atto di violenza contro sé stessi che, però, si incarna e trova sfogo nell’azione contro la donna, la vittima designata.
Violenza domestica e femminicidio
Purtroppo, in assenza di un progetto socioculturale e di un programma di educazione in senso ampio volto a rendere più civili e giusti i rapporti tra generi, l’impatto positivo di convenzioni e statuti come la Convenzione del Consiglio d’Europa di Istanbul (2011) rischia di rimanere una lettera morta.
Ed è solo dal 2001 che nella lingua italiana esiste il termine “femminicidio” – in precedenza si usava “uxoricidio”, cioè l’uccisione della “moglie”.
Gli scenari sono sconfortanti: la maggior parte di questi omicidi avvengono tra le mura domestiche ad opera di partner violenti o di ex partner che si rifiutano di essere tali.
È evidente la responsabilità di leggi e forme di educazione – a partire dalle scuole – al rispetto delle differenze tra generi, alla legittima parità di relazione tra loro, e al concetto che nel rapporto di coppia uno dei partner non è proprietà privata dell’altro, bensì è una persona con diritto di vita e di scelta.
Come riconoscere se la propria situazione è a rischio?
Quando nel rapporto di coppia le discussioni assumono toni violenti sul piano del linguaggio e sul piano fisico; quando il partner distrugge oggetti e si accanisce sulle cose minacciando violenze e urlando; quando l’uomo vuole controllare tutta la vita della donna manifestando eccesiva gelosia e denigrando contemporaneamente la donna nullificandola e offendendola…
Ecco alcuni esempi concreti. E anche solo la presenza di una di queste situazioni rappresenta il sintomo di una dinamica malata per il rapporto di coppia e più che pericolosa per la donna.
È da queste prime avvisaglie che bisogna partire per richiedere subito l’aiuto competente, al di là delle motivazioni – che sono spesso “giustificazioni” – che possono essere lette come cause di uno di questi comportamenti distruttivi che il partner assume.
La donna che chiede attivamente, assertivamente aiuto si sente, ed è, meno sola. La donna che chiede e richiede con decisione protezione da parte delle istituzioni si pone in un’area di salvaguardia di sé stessa di fronte al dramma che sta vivendo e, di fatto, ha più forza di quella che immagina e che l’uomo stesso (che le fa violenza) immagina.
Non è facile, certo, ma è una delle possibilità di salvare la vita a sé stessa e, se ci sono, ai propri figli.
Come difendersi dalla persona violenta
La più (apparentemente) ovvia forma di prevenzione rispetto ad una prospettiva che guarda al singolo caso – la reazione della donna che, riconoscendo il rapporto malato, denuncia il partner o, comunque, lo lascia alle prime avvisaglie di forme violente nella relazione – non è così semplice.
Sul piano emotivo e psicologico la donna investe nel rapporto affettivo con il partner e attribuisce una serie di significati e di senso di sé al riconoscimento che riceve dal partner.
Ciò fino al punto che inconsciamente - se la donna non è dotata di una solida autostima e di una limpida visione di sé stessa - può tendere a attribuire a sé la responsabilità del comportamento violento del partner (o ex partner), leggendolo in modo distorto come un raptus momentaneo.
In altri casi la violenza del partner è interpretata addirittura sinonimo di amore e di geloso interesse, fino al punto di assolverlo, o proteggerlo, a causa di un senso di colpa profondo che non ha nulla a che vedere con la relazione, dato che ha radici ben più lontane.
Il circolo vizioso in cui la donna può trovarsi – con o senza figli, dimensioni queste da non sottovalutare per il loro peso nello scenario dell’esistenza della persona, delle sue speranze e terrori e quindi delle sue scelte – diventa un intricato labirinto o un tunnel che la persona può vivere drammaticamente e in modo altalenante, in cui fa paura anche chiedere aiuto.
Ma chiedere aiuto psicologico (oltre a quello di competenza delle autorità preposte) è necessariamente il primo passo per trovare le proprie e adeguate attrezzature per affrontare un percorso di rottura di questo circolo vizioso e pericoloso, individuando così le strade sane che possono essere intraprese dalla donna per affrontare la situazione.
Ciò sarà fondamentale per identificare vie di uscita che salvaguardino la propria vita e quella degli eventuali figli.
Andrea Castiello d’Antonio
Vedi anche:
https://www.castiellodantonio.it/femminicidio
https://www.castiellodantonio.it/femminicidio-pamela-e-le-altre-capire-il-femminicidio