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Una delle (tante) parole molto usate.
Spesso usata male o in modo improprio, altrettanto spesso abusata.
“Sei nevrotico!” è un’espressione colloquiale che tutti noi potremmo utilizzare per indicare (semplicemente) una persona che si comporta in modo un po’ nervoso…
Una persona un po’ troppo ansiosa, inquieta, scattosa.
Del resto: nevrastenia… nevrosi.
Qualcosa che ha a che fare con “i Nervi”…
Quando Abraham Kardiner si recò da Sigmund Freud per iniziare un’analisi, nel corso del primo colloquio Freud gli disse che aveva “Una piccola nevrosi”.
“Nevrosi” è un termine-concetto che vive oggi soprattutto nel linguaggio colloquiale e nei modi di dire.
Scientificamente, al di là di richiami storici, parlare solo di “nevrosi” in senso lato ha poco senso.
Eppure, la parola possiede un potere evocativo molto forte, a mio avviso.
“Nevrosi” conserva un valore teorico e culturale fondamentale per comprendere il disagio psichico dell’età moderna.
La società nevrotica.
L’era della nevrosi.
Sono nevrotiche le persone, le famiglie, le organizzazioni di lavoro…
Possono essere nevrotici anche gli animali: cani e gatti che vivono nelle case e sembra che assorbano dai loro padroni tensione ed ansie.
Altri animali “nevrotici” sono quelli che hanno subito traumi e incidenti.
Insomma: la nevrosi accomuna individui, gruppi, società, ere, tempi. Umani e animali.
Ma da dove viene questo termine-concetto?
Il termine “nevrosi” fu introdotto nel XVIII secolo dal medico scozzese William Cullen. Egli dedicò un capitolo alle nevrosi nel suo trattato per indicare un insieme di disturbi del sistema nervoso non attribuibili a lesioni organiche.
Mise insieme isteria e ipocondria, e anche manifestazioni come le palpitazioni – quindi manifestazioni psicosomatiche.
In origine, dunque, la nevrosi era concepita come una patologia “nervosa” senza danno fisico evidente.
È il concetto di “funzionale”.
Non c’è nulla di organico – è “tutto nella testa”, come si diceva una volta…
Più tardi nel tempo, grosso modo tra il XIX e il XX secolo, il concetto assunse una dimensione propriamente psicologica.
Un ruolo decisivo fu svolto da Sigmund Freud – anticipato sicuramente da Pierre Janet – che fece ruotare la sua riflessione teorica e clinica proprio intorno al concetto di nevrosi.
Ecco emergere l’idea della “mente in conflitto”.
Conflitto tra desideri e pulsioni inconsce, difese psichiche, istanze morali.
Dal conflitto e dalla rimozione, semplificando, nascono i sintomi.
Sintomi come formazioni di compromesso, di adattamento (mal riuscito).
Tra i sintomi: ansie, fobie (ansie specifiche), ossessioni, compulsioni, tensione, insicurezza, malinconie, e così via.
Nel modello psicoanalitico, la nevrosi è dunque l’espressione simbolica di un conflitto.
Ciò che caratterizza il nevrotico è che egli soffre, ma vive comunque nella realtà, non ha la “mente scissa” dello psicotico, e sente che ciò che vive è invalidante, in qualche misura.
Da qui l’esigenza di trovare aiuto, supporto.
Farsi curare.
Anzi, meglio: intraprendere un “percorso”, in tandem, con lo psicoterapeuta, per vivere meglio.
Ma, come si è detto, nella scienza-professione che è la “psicologia clinica” – e con essa la psichiatria – da cui derivano le psicoterapie, cioè i tentativi di cura, ha poco senso parlare di nevrosi in generale.
Ecco, dunque, le varie forme di nevrosi.
La nevrosi d’angoscia – vedi, oggi, l’abuso del termine “panico”, con la conseguente medicalizzazione!
La nevrosi depressiva. E, anche qui, è entrato nell’uso comune (mal-uso) il termine “bipolare”.
L’importante area delle nevrosi di carattere.
Le nevrosi attuali e traumatiche.
E molte, ancora.
Ma anche: la nevrosi della domenica, la nevrosi di destino.
Per non dire della nevrosi del manager, della nevrosi militare (la vecchia shell-shock).
Ai nostri tempi, professionalmente, si usa meno il termine-concetto di nevrosi.
Con i DSM, e con il DSM-5 nelle sue varie versioni, al suo posto si utilizzano categorie più specifiche: disturbi d’ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi somatoformi, fobie…
Ma c’è una grande differenza tra coloro – i professionisti, gli studiosi – che sposano l’dea psicodinamica, in cui le nevrosi hanno ancora la loro dignità, con tutti gli altri concetti che le accompagnano, da coloro orientati in ottica classificatoria e descrittiva della sintomatologia con forte utilizzo della psicofarmacologia, e da coloro che operano nell’orizzonte cognitivo-comportamentale.
Sebbene molti lo ritengano superato, il concetto di nevrosi conserva una forza esplicativa.
Esso coglie l’unità di fenomeni diversi sotto il segno del conflitto psichico e della sofferenza interiore.
E richiama l’attenzione sulla dimensione soggettiva del sintomo: non solo comportamento osservabile, ma messaggio, significato, storia personale.
Come si dice: si cura la persona, non la malattia!
Questo, nelle migliori psicoterapie, è sempre vero e valido.
Parlare di nevrosi significa, in fondo, riconoscere la fragilità costitutiva dell’essere umano.
La crescente complessità sociale, le pressioni legate alla performance, l’instabilità lavorativa e relazionale contribuiscono a generare stati cronici di disagio esistenziale, ansia e insoddisfazione.
La nevrosi emerge come il prezzo della civiltà, dell’odierno stare al mondo, che la persona deve in qualche modo pagare!
Come suggeriva lo stesso Freud nel suo saggio sul disagio della cultura.
L’individuo contemporaneo è spesso diviso tra il desiderio di autorealizzazione e le aspettative sociali. Questa tensione può produrre sintomi nevrotici: perfezionismo eccessivo, paura del giudizio, bisogno compulsivo di controllo.
La nevrosi non appare allora come un’anomalia rara, ma come una modalità diffusa di adattamento imperfetto alla realtà.
Chiudo invitando il lettore ad ascoltare una canzone: si intitola “L’alienazione” di Antoine.
Una canzone di quando ero ragazzo, Anni ’60.
Se si sostituisce la parola “alienazione” a “nevrosi” si ha un ottimo quadro di cosa può sentire e vivere la persona “nevrotica”.
Qui un video della canzone:
https://www.youtube.com/watch?v=x6oJmazICt0
Andrea Castiello d’Antonio