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LE PAROLE CHE CI SALVANO

Titolo: 

LE PAROLE CHE CI SALVANO

Autori: 
Eugenio Borgna
Casa editrice: 
Einaudi, 2017. Pp. X+237, Euro 14,00.

Nel panorama dei numerosi scritti che Eugenio Borgna ha dato ultimamente alle stampe spicca questo libro che ruota intorno al tema della comunicazione e della relazione interpersonale. Il testo è composto da tre capitoli che corrispondono a tre agili libri scritti da Borgna e usciti sempre per le edizioni Einaudi negli anni scorsi e che qui il lettore può trovare riuniti e introdotti da una nuova Prefazione dell’autore. I titoli dei tre capitoli sono La fragilità che è in noi, Parlarsi e Responsabilità e speranza.

“Le parole, queste creature viventi, sono di una radicale importanza nel creare ponti di comunicazione fra chi parla e chi ascolta” (p. VII) e intorno a tale considerazione si svolge e si articola il nucleo portante delle riflessioni dell’autore.

Sono numerosi i “mestieri” in cui le parole acquisiscono una speciale rilevanza e, sicuramente, nel campo della gestione delle persone che lavorano tale aspetto occupa un posto di tutto rilievo.

Le parole – insieme all’atteggiamento complessivo della persona - hanno il potere di definire le relazioni, di modularne il senso e di specificarne la dimensione emotiva. Se ci sono parole che possono “curare” (nel senso più ampio possibile di tale termine) ve ne sono molte altre che possono ferire, indebolire, rendere complicato ciò che sarebbe potuto essere semplice e lineare, cioè la relazione tra esseri umani.

Chi parla si assume dunque una grande responsabilità, e ciò vale per colui che parla nella riservatezza di un colloquio individuale fino a colui che si espone in pubblico e comunica in una dimensione sociale complessa.

Cosa può insegnare questo scritto di Borgna a chi si occupa di risorse umane?

Partendo dalla constatazione della fragilità di ognuno, del “destino fragile” di ogni vivente – e dalla frequente negazione di tale ineluttabilità – le parole si ergono come un potenziale ponte creativo: ma esse vanno ascoltate. “Per ascoltare occorre tacere. Non soltanto attenersi a un silenzio fisico … ma a un silenzio interiore, ossia un atteggiamento tutto rivolto ad accogliere la parola altrui” (p. 12).

La disattenzione inaridisce le relazioni umane: quella disattenzione così spesso comminata da chi ha maggior potere (di ruolo, di status, di posizione) verso colui che viene a parlare, a dire qualcosa di sé. Ecco allora emergere il tema dell’assunzione delle responsabilità - “la responsabilità è considerata come la possibilità di prevedere gli effetti delle nostre azioni, e di modificarle, di correggerle, in base a tale previsione” (p. 153) –. Responsabilità da considerare non soltanto in merito alle azioni che si realizzano nel concreto, ma anche in riferimento alle parole che si pronunciano ed alla relazione che con esse si costruisce.

Soprattutto nelle situazioni e nelle professioni in cui si è costantemente chiamati ad ascoltare e a comunicare con gli altri, la gestione della responsabilità del proprio modo di essere e del modo di rispondere agli input che provengono dall’esterno emerge come un aspetto centrale.

Non a caso, l’autore (in ottima compagnia con molti altri studiosi) riflette sull’etica della responsabilità, ma tutto il libro è percorso da un fremito etico e dal desiderio di operare, comunque e in ogni situazione, per il bene dell’altro. Cosa non semplice, soprattutto in contesti altamente strumentali e strumentalizzanti, ove le persone assumono spesso comportamenti artefatti orientati a fini non sempre particolarmente luminosi.

Il tema del prestare attenzione all’altro e della cura nel misurare e pronunciare parole adeguate non può tralasciare la dimensione negativa, per così dire, che ogni persona porta dentro di sé e che può emergere nella relazione con gli altri.

All’emersione del “male” l’autore contrappone non solo la speranza e la proiezione etica verso un “buon fare”, ma anche l’impegno ad evitare le parole “indistinte e banali, ambigue e indifferenti, glaciali e astratte, crudeli e anonime” (p. 84).

Eugenio Borgna, ormai giunto alla soglia dei novanta anni, è medico psichiatra, libero docente e primario emerito ospedaliero; tra i più importanti esponenti della psichiatria fenomenologica, i suoi libri (molti dei quali divulgativi, rivolti al grande pubblico) sono stati pubblicati soprattutto da Einaudi e Feltrinelli. Nel 2018 è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

 

Andrea Castiello d’Antonio

 

Questa recensione è stata pubblicata in HRONLINE, numero 4, anno 2020