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La psichiatria con McDonald. Una riflessione critica sugli sviluppi della teoria e della pratica clinica

Titolo: 

 La psichiatria con McDonald. Una riflessione critica sugli sviluppi della teoria e della pratica clinica

Autori: 
Carlo Faravelli
Casa editrice: 
Astrolabio, 2022, pp. 325, € 28,00

 

Credo che questo libro dovrebbe essere letto e studiato – o, almeno, consultato, considerata la pressione lavorativa a cui sono sottoposti gli psichiatri in specie nei servizi pubblici – da tutti coloro che hanno a cuore il momento presente e il destino della psichiatria. E, soprattutto, dai giovani psichiatri, dato che in queste pagine costantemente emerge il ruolo e le funzioni che lo psichiatra assume su di sé nei diversi contesti di cura.

Si tratta di un testo che, in modo riduttivo, potrebbe essere letto in chiave monodimensionale, ad esempio, come una scrittura critica e polemica, oppure una sorta di memento e allarme per il futuro, o ancora coma una miscela di storia della psichiatria e modalità di esercitare la clinica. Ma sarebbero letture, appunto, riduttive, dato che l’interesse di queste pagine sta nel coglierne l’aspetto globale e sistemico, l’aspetto – se vogliamo – processuale, elaborato da diversi punti di vista: professionale, accademico, clinico. Non a caso l’autore è uno psichiatra che ha attraversato tante fasi di sviluppo della psichiatria a iniziare dalle (lontane) ere pre-DSM-III e pre-Legge 180, fini ai giorni nostri.

Il testo si apre con la seguente, inquietante considerazione: “Per gli psichiatri di oggi sembra che la psichiatria sia nata con il DSM-III e la scienza medica iniziata con PubMed. Eppure, esiste una tradizione importante, portatrice di posizioni e impostazioni diverse da quelle di oggi, abbandonate non perché superate e non più valide, bensì perché le esigenze del cambiamento del clima culturale generale ha reso un altro tipo di psichiatria più appetibile e più consono al contesto generale” (p. 20).

Navigando attraverso i diversi capitoli, tutti interessanti e consultabili anche senza seguire un ordine preciso, ci si sofferma volentieri sulle questioni (sempre attuali) della diagnosi e degli strumenti per la diagnosi, primo fra tutti il colloquio che – nei format strutturati tipo SCID – è ridotto a un elenco di domande alle quali il paziente è tenuto con precisione a rispondere.

Dove sono finiti il senso clinico, l’incontro umano, l’approfondimento teorico, lo sforzo di comprendere e dare senso, insieme al paziente, a ciò che lui vive, esperimenta, sente?

Leggendo queste pagine mi è tornato in mente un testo nordamericano in cui l’autore assegna una rigida tempistica ad ogni sottofase dell’intervista, dall’apertura fino al congedo, precisando addirittura il numero dei minuti da dedicare a ciascuna tappa (Daniel J. Carlat, L’intervista psichiatrica. Piccin, Padova, 2020 - Ediz. Orig.: The Psychiatric Interview. Fourth Edition. Wolters Kluwer, Riverwoods, IL, 2017). Su questa linea, credo che si possa sintetizzare uno dei molti spunti che presenta Faravelli asserendo che nei sistemi strutturati di diagnosi, derivati dalla famosa terza edizione del DSM, all’attendibilità è stata sacrificata la validità.

Come a dire: diamo importanza alla standardizzazione degli output e trascuriamo la conoscenza dell’essere umano!

La dialettica conflittuale tra standardizzazione e soggettività (irripetibilità dell’incontro umano, unicità della persona, e così via) è stata piegata verso la volontà di produrre diagnosi comparabili, rincorrendo un mito che è presente anche in molta psicologia applicata, soprattutto clinica: ottenere (idealmente) il medesimo output da parte di N diagnosti a fronte dell’esame psichico di uno stesso soggetto. È la inter-observer reliability: si tratta di uno dei diversi criteri del concetto di attendibilità, un parametro che si usa per misurare… Ma la diagnosi, il colloquio clinico, sono strumenti di misura? E, nell’ambito di queste riflessioni, sarebbe stato interessante leggere qualcosa anche su altri sistemi di diagnosi, come il PDM e l’OPD – quest’ultimo giunto proprio adesso (2026) alla sua terza edizione.

Mentre nelle pagine iniziali Faravelli narra qualcosa della sua vita professionale, scientifica ed accademica – preziosa testimonianza autobiografica e generazionale di uno psichiatra formatosi prima dell’avvento del DSM-III con diverse citazioni del Romolo Rossi di Sottovoce agli psichiatri (Padova, Piccin, 2010) – altri aspetti emergenti sono rappresentati dalle osservazioni critiche sulle rating scales, sull’applicabilità del concetto di misurazione nelle materie che trattano la salute mentale – sull’oggettivizzazione, direi, in senso lato. E qui vien da chiedersi se in certa psichiatria di oggi vi sia una oggettivazione del professionista prima ancora che del paziente!

Un ragionamento ampio che conduce a osservazioni specifiche come quella sulla nascita, del tutto casuale, di psicofarmaci basati su principi attivi che erano impiegati per tutt’altro, o che erano in sperimentazione per altre e diverse patologie. E proprio in collegamento a ciò è da sottolineare l’interesse dell’autore per l’approccio storico, andando alla ricerca di come e perché nozioni, idee e pratiche si siano evolute nel corso del tempo, e denunciando la destoricizzazione della formazione psichiatrica contemporanea.

Per dare idea del taglio del volume si può prendere ad esempio il decimo capitolo (Le disgrazie fanno male?) che è dedicato all’impatto che i life events, e in specie gli eventi traumatici o stressanti, esercitano sugli individui. Un argomento che avrebbe potuto essere trattato in modo scolastico o molto lineare e che, invece, apre le porte a questioni quali: i tanti dualismi che attraversano il mondo della psichiatria (ad esempio, eredità-ambiente, mente-corpo), il significato del trauma, le ricostruzioni narrative, la ricerca e le sue impostazioni (qualitative, quantitative), la rilevanza di assegnare significati e attribuire cause e concause, i collegamenti tra variabili interne ed esterne, con un approfondimento sul concetto di stress e sulla plasticità del SNC.

Si tratta, dunque, di uno scritto in qualche modo sofferto, in cui non si indulge mai nella critica fine a sé stessa o nella nostalgia di un tempo andato, pur evidenziando, in ogni riga, ciò che si è perso, ciò che la psichiatria (oppure: lo psichiatra, quale interprete vivente della disciplina) ha lasciato per strada. Ma cosa si è perso? Ecco la risposta dell’autore: “La cultura psicopatologica e fenomenologica, la lettura di trattati come la Psicopatologia generale di Jaspers, il manuale di Minkowski, i concetti come la Daseinsanalysis di Binswanger, le personalità psicopatiche di Kurt Schneider, la personalità premorbosa di Kretschmer e soprattutto le straordinarie descrizioni cliniche dei giganti della psichiatra della prima metà del Novecento” (p. 75).

In tal senso è da leggere il gioco dialettico tra Macdonald e McDonald: mentre il secondo termine si riferisce alla gastronomia uniformante tipica della nota multinazionale, il primo richiama il filosofo e sociologo americano Dwight Macdonald, autore di Masscult and Midcult, un saggio critico particolarmente apprezzato tra gli altri da Umberto Eco, che ha avuto diverse edizioni e traduzioni italiane. E, dunque, la psichiatria si sta mcdonaldizzando… con sullo sfondo il ruolo emergente delle multinazionali dal farmaco. Ma in tutto ciò è il ruolo dello psichiatra che muta: anzi la sua identità. E qui mi torna alla mente un libro, che oggi potremmo definire di altri tempi: L'identità dello psichiatra, a cura di Franco Giberti (Il Pensiero Scientifico, Roma, 1982), in cui nell’ultimo capitolo (Epilogo) il curatore annota: “la radice più sostanziale della individuazione professionale psichiatrica sembra ritrovarsi nei contenuti più profondi dell’identità personale, nella storia vocazionale individuale e nella conoscenza dei fantasmi che sottendono l’esercizio quotidiano della clinica e il rapporto psichiatra paziente” (p. 106).

Dunque, sono numerose le critiche e le domande (scomode!) che Carlo Faravelli propone al lettore, e chi fosse interessato a proseguire nel percorso dovrebbe immergersi nel naturale prosieguo di questo testo, cioè La diagnosi psicopatologica. Le parole di ieri per la clinica di oggi (Astrolabio, Roma, 2024) in cui l’autore recupera le grandi tradizioni fenomenologiche, narrative, cliniche della psichiatria internazionale.

 

Andrea Castiello d’Antonio

 

 

Questa recensione è stata pubblicata il 31 luglio 2026 nella rivista

PSYCHIATRY ON LINE - ITALIA

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