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L’ESPERIENZA PSICOLOGICA DELLA GUERRA

L’ESPERIENZA PSICOLOGICA DELLA GUERRA

Un detto recita: “Chi ha visto la guerra, non la dimentica più”.

Un altro: “I primi a non volere la guerra sono i soldati”.

Potremmo aggiungerne altri perché la guerra, in tutte le sue forme e manifestazioni, rappresenta uno degli eventi più drammatici e sconvolgenti per l’essere umano.

Anche i militari preparati ed addestrati al meglio non possono sfuggire all’impatto devastante che comportano il combattimento, l’attesa dello scontro o dell’attacco, il vedere sé stessi e i propri commilitoni deturpati da schegge, esplosioni, proiettili e molto altro.

Oggi, in molti casi, l’attacco è solo un ronzio lontano nel cielo buio, e poi un lampo. I droni hanno rivoluzionato il concetto di combattimento.

 

Al di là delle devastazioni materiali, il conflitto armato lascia profonde cicatrici nella psiche individuale e collettiva. Cercare di capire, per quello che si può – dall’esterno – l’esperienza psicologica della guerra significa esplorare un universo complesso fatto di paura, dolore, adattamento, ma anche di straordinaria capacità di resistenza e trasformazione.

Ancora una citazione, letta non ricordo dove: “La guerra è 90% noia e attesa, e 10% terrore puro!”

 

Il maggiore impatto psicologico della guerra è il trauma. Oggi lo si conosce direi bene, ma spesso si tende a dimenticare cosa accade alle persone esposte a eventi di tal genere.

Sarebbe sufficiente consultare “The Trauma of War. Stress and Recovery in Vietnam Veterans” pubblicato dall’American Psychiatric Association nel lontano 1985 per leggere cose del tipo: “Sembra che durante ogni periodo di pace alcune lezioni fondamentali scaturite dalla guerra siano dimenticate… I professionisti della salute mentale potrebbero scrivere sulle lezioni dimenticate concernenti gli effetti psicologici della guerra” (p. 441).

 

Il trauma si manifesta sia nei combattenti sia nei civili, basterebbe pensare alla popolazione dell’Ucraina, oggi! Ma è sempre stato così. Da sempre i civili sono coinvolti nelle guerre.

Il trauma può assumere diverse forme: dalla paura costante per la propria vita, all’ansia per la sorte dei propri cari, fino alla perdita totale di orientamento, ma anche del senso della vita e del vivere. E i sopravvissuti, spesso, non stanno meglio.

 Definito shell shock, shock da combattimento e, oggi, Disturbo Post Traumatico da Stress – PTSD, è la condizione in cui la persona non riesce più a elaborare e integrare le esperienze vissute, rimanendo intrappolata in un circolo vizioso di ricordi dolorosi, incubi, ipervigilanza e isolamento emotivo.

I sintomi del trauma possono emergere anche a distanza di anni, spesso in modo improvviso, scatenati da persone, ambienti, suoni, odori o situazioni che richiamano l’esperienza originaria.

 

Nonostante tutto, nonostante le sofferenze e la gravità delle esperienze, gli individui sviluppano capacità differenziate di resilienza. La resilienza non significa assenza di sofferenza, bensì capacità di attraversarla e, in qualche modo, di farla propria e di trasformarla.

Le strategie di adattamento possono essere molteplici: il senso di appartenenza al gruppo, la solidarietà fra commilitoni o fra membri della comunità, il raccontare e condividere il proprio vissuto, il trovare supporto sociale e psicologico, e così via.

Anche nelle condizioni più disperate, la fiducia in sé e la speranza di un ritorno alla normalità, di una vita migliore dopo il recupero, può rappresentare un’ancora di salvezza.

Se i soldati vivono la guerra in prima linea, i civili la subiscono spesso in modo altrettanto devastante, accompagnati da un senso di impotenza e disperazione che mina la fiducia nel futuro.

 

Militari e civili hanno bisogno di essere aiutati da professionisti molto esperti, hanno necessità di trovare nelle comunità sanitarie – medici, psicologi, psichiatri, neurologi e tutto il personale tecnico – un supporto valido e tempestivo.

 

La guerra lascia tracce non solo nelle persone, ma anche nella memoria collettiva di un popolo. Monumenti, giornate della memoria, racconti tramandati di generazione in generazione, sono tutti strumenti attraverso cui una società cerca di elaborare e dare senso al proprio passato doloroso.

In Italia, la commemorazione del 25 aprile, la Festa della Liberazione, rappresenta un momento di riflessione non solo storica, ma anche emotiva e identitaria.

La memoria della guerra, se ben gestita, può diventare stimolo per la costruzione di una società più giusta e solidale.

 

Nel prossimo futuro il mondo dovrà farsi carico dell’esperienza psicologica della guerra vissuta da militari e civili in diverse parti del mondo.

A dire la verità, il futuro è già oggi, è già ieri, considerando il numero di combattimenti, guerre e guerriglie attive negli anni nel globo.

La guerra è un viaggio attraverso il dolore, la paura, la perdita, ma anche la speranza, la resilienza e la rinascita. La pace, conquistata con fatica, è un bene prezioso da custodire e difendere. Difendere con le armi ma, soprattutto, con la cura della memoria, la cultura, l’informazione, la partecipazione alla democrazia, l’allenamento ad usare bene la proprio libertà e il proprio essere psico-fisico.

 

Andrea Castiello d’Antonio