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I Taccuini di Norimberga.
Uno psichiatra a colloquio con i criminali nazisti
Norimberga: dal 20 novembre del 1945 al 1° ottobre 1946 si svolse il processo che vide imputati i maggiori responsabili della gerarchia nazista. I giudici che costituirono il tribunale militare internazionale si trovarono faccia a faccia con alcuni degli uomini più vicini al Fuhrer – tra questi, tutti ricordano Hermann Göring, ex Maresciallo del Reich e numero due del regime, suicidatosi a poche ore dall’esecuzione, sottraendosi così alla pena inflittagli.
I taccuini di Norimberga costituiscono un documento eccezionale.
Qui sono stati raccolti gli appunti e le annotazioni che lo psichiatra Leon Goldensohn (New York: 19 ottobre 1911 – 24 ottobre 1961) scrupolosamente redisse a conclusione di ogni colloquio avuto con ciascun prigioniero (imputato o testimone).
Incaricato di monitorare la salute fisica e mentale dei detenuti, e impedire loro di commettere gesti estremi, lo psichiatra americano svolse visite periodiche che andarono ben oltre il normale controllo delle condizioni psicofisiche dei soggetti in sorveglianza. Tra il 1945 e il 1946 Goldensohn recepisce le motivazioni, le giustificazioni, le riflessioni, ma anche le preoccupazioni, le ansie e le incertezze di questi alti gerarchi del nazismo, ri-costruendo un quadro non solo clinico delle personalità ma anche sociologico e storiografico basato su dati inconfutabili: la stessa voce, colta in presa diretta, del soggetto intervistato e visitato.
Goldensohn – che trascorrerà sette intensi mesi nel carcere di Norimberga – assume professionalmente ed eticamente il ruolo del medico che non valuta moralmente, non entra nei contenuti al fine di opporvisi o contestarli, bensì prende nota, registra senza giudicare, lasciando ad altri l’incarico di osservare le modalità con cui ogni prigioniero racconta ciò che ha fatto e non ha fatto, come chiarisce il proprio ruolo, come si difende o si nasconde dietro alla grande pseudo-giustificazione emersa in quei tempi: “Ho solo eseguito gli ordini. Non ero a conoscenza delle finalità, del disegno complessivo. Sono stato un mero esecutore…”.
Emerge così il suono delle parole pronunciate da persone come Hermann Göring, Rudolf Höss, Albert Speer, Joachim von Ribbentrop, Walther Funk – alcuni alla sbarra come imputati, altri nelle vesti di testimoni. Ed è da elogiare l’opera di Robert Gellately, lo storico canadese che dopo più di cinquanta anni ha reperito le carte di Goldensohn, le ha raccolte e custodite, e infine gli ha dato una veste utilizzabile, curando questo volume imponente, pubblicato in inglese con il titolo The Nuremberg Interviews nel 2004 (traduzione italiana di Piero Budinich) al quale Gellately contribuisce anche con una interessantissima Introduzione dal titolo Norimberga: voci dal passato (di Gellately v. Backing Hitler: Consent and Coercion in Nazi Germany, tradotto con il titolo Il popolo di Hitler. Longanesi, Milano, 2002).
Una introduzione in cui il curatore inquadra il processo nel contesto storico, richiamando i tormenti che lo hanno preceduto e i conflitti tra gli esponenti dei quattro paesi che vi avrebbero giocato il ruolo centrale: Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia e Francia. In queste pagine introduttive sono di certo interessanti le riflessioni sulle diverse visioni del concetto di giustizia che derivano dalle differenti culture, e sulle diverse modalità che sono proposte sull’organizzazione del processo (una volta superata l’idea di procedere con esecuzioni sommarie). Necessario è poi il passaggio sulle specifiche accuse che sono rivolte ai prigionieri – i famosi quattro capi di imputazione – mentre Gellately si dilunga sulla terribile contabilità degli ebrei uccisi nei campi di sterminio.
La prima parte del testo – quindi le trascrizioni dei colloqui con imputati e con testimoni – è preceduta da una nota molto utile dal titolo I colloqui di Norimberga: come sono stati raccolti e tramandati, ed è veramente incredibile seguire le vicende di queste carte che, fortunatamente, non sono andate perse o distrutte. E, dunque, si apre la Prima parte. Gli imputati, diciannove resoconti a cui seguono i quattordici report sotto il titolo di Seconda Parte. I testimoni. Chiudono il testo tre sezioni: il Glossario, le Note (ben venticinque pagine che integrano il testo) e L’indice dei nomi.
Ogni capitolo inquadra una personalità, come nel caso di “Walther Funk … un omino paffuto dall’aria indecifrabile, incline al sentimentalismo e alla banalità, e preoccupato soprattutto del proprio benessere immediato e dei propri disturbi genito-urinari” (p. 139).
Ed ecco una carrellata di prime impressioni:
“Hermann Göring alterna momenti di euforia ad altri di depressione; di solito è allegro, altre volte decisamente abbattuto … è capace di far apparire e sparire un sorriso a piacere, meccanicamente, con la stessa facilità con cui si può regolare l’acqua di un rubinetto” (p. 172).
“Colloquio con Franz von Papen (in presenza di Gilbert). Quest’uomo, dai capelli grigi, leggermente sordo ma assai vigile, è cortese e ha una personalità forte e il ‘fascino’ tipico della ‘vecchia scuola’” (p. 267).
“Oggi ho incontrato di nuovo Hjalmar Schacht. È quello di sempre: cordiale e caloroso, indignato per essere stato accusato di essere un criminale di guerra … parla come se fosse stato il nemico giurato del Führer,” (p. 321).
“Insieme a Gilbert, nelle vesti di interprete, oggi ho incontrato Rudolf Mildner, capo della polizia di Katowice. Qualche giorno fa è stato interrogato ufficialmente, ed è caduto in depressione dopo che alcuni suoi subalterni hanno testimoniato sul numero di polacchi messi a morte dietro suo ordine” (p. 514).
Tra i molti che hanno riflettuto sulla psicologia di Adolf Hitler, e proprio in relazione al concetto di responsabilità dei gerarchi nazisti e di coloro che, in posizioni di potere e comando, furono a sostegno del nazismo, mi sembra importante richiamare l’osservazione di Helm Stierlin (Mannheim, 12 marzo, 1926 – Heidelberg, 9 settembre, 2021), psichiatra, psicoanalista e terapeuta sistemico-familiare: “Benché siano passati tre decenni dalla morte di Hitler, ci turba ancora l’interrogativo sulla responsabilità … l’incapacità al lutto implica l’incapacità a determinare la responsabilità, cioè a determinare in quale misura ognuno, come co-attore nel teatro di Hitler, contribuì o non contribuì ai delitti commessi” (Adolf Hitler. Le influenze della famiglia. 1975. Tr. it. La nuova Italia Scientifica, Roma 1993, pp. 161 e 163).
Andrea Castiello d’Antonio
Questa recensione è stata pubblicata nella rivista online
Qi: Questioni e Idee in Psicologia
numero 121, giugno 2026