Per appuntamento

CAPTCHA
Questa domanda è un test per verificare che tu sia un visitatore umano e per impedire inserimenti di spam automatici.
CAPTCHA con immagine

Genitori che non vogliono vedere la sofferenza dei loro figli

genitori

Come mai talvolta i genitori non si rendono conto della sofferenza dei loro figli?

“Occhi per non vedere!”, si potrebbe dire.

Nella mia pratica professionale mi è capitato in numerose occasioni di parlare con i diretti interessati – i figli – e scoprire che nonostante tutti i “segnali” diretti, o più spesso indiretti ed impliciti, ma comunque percepibili, che avevano inviato ai loro genitori, la loro sofferenza psicologica non è stata presa nella minima considerazione…

Alcune di queste storie sono davvero sorprendenti.

  • Mario (nome di fantasia) tornava regolarmente a casa a notte inoltrata del tutto “fatto” di droghe varie. E’ andato avanti così per anni, facendo finta dapprima di studiare all’università, e poi inventandosi un mestiere – il pizzaiolo – che naturalmente non faceva, ma che gli permetteva di rientrare a casa a notte fonda senza destare troppi sospetti. Anche quando stava in casa e fumava le sue sostanze, nulla era trapelato agli occhi dei genitori. Fu necessario che Mario arrivasse a un crollo, un vero e proprio crollo psicotico, probabilmente indotto dalla quantità e “qualità” (si fa per dire) di tutto ciò che fumava, beveva e assumeva. Allora ecco che i genitori bisbigliano frasi del tipo “Ma, sì, in effetti. Mi sembrava ultimamente un po’ strano…”, oppure “Ogni tanto sentivamo degli odori che venivano dalla sua stanza…”.
  • Francesca (nome di fantasia), nella sua adolescenza ha vissuto un periodo di talmente forte rabbia e quasi odio verso sua madre che alla fine si è trovata a fare di tutto pur di essere “contro” sua madre. In un clima di comunicazione familiare uguale a zero – cosa che ricorre pressoché costantemente in questi casi – ha iniziato ad infliggersi punizioni corporali, a fare cose estremamente pericolose, fino a trovarsi in situazioni estreme in cui è sopravvissuta quasi per caso. Una protesta del tutto silente, mai dialogata, mai espressa direttamente verso la madre o i genitori i quali, a loro volta, nulla chiedevano, di niente parlavano con la loro figlia, limitandosi a porre divieti, a rimproverare, a urlare nei momenti più concitati.

Si potrebbe pensare che situazioni di questo genere in cui la sofferenza estrema dei figli, del tutto invisibile agli occhi dei genitori “ciechi”, avvengano soltanto in contesti sociali disagiati, in famiglie problematiche, in situazioni frantumate. Non è così. I genitori possono benissimo far parte delle classi alte, delle classi agiate, svolgere professioni di spicco. E, quando questo accade, spesso i commenti sono del tipo: “Abbiamo dato tutto a nostro figlio / nostra figlia, poteva avere tutto ciò che voleva, andare in vacanza dovunque, che cosa dovevamo fare di più?”.

In queste situazioni, quando è finalmente percepito il disagio del figlio, si tende a rispondere con “cose materiali” a sofferenze mentali ed esistenziali. Si danno soldi, automobili, in un caso i genitori regalarono un motoscafo al loro figlio “Per fargli trascorrere delle belle vacanze…”, vacanze che lui trascorse sul motoscafo a imbottirsi di alcol e droghe con i suoi amici e con i pusher.

In altri contesti familiari al percepito disagio del figlio si risponde con aggressività, compresa la violenza fisica. I genitori, spesso il padre, si rivolta contro il figlio o la figlia che stanno inviando segnali di malessere, cercando di imporre l’autorità, ponendo obblighi e restrizioni, rivoltandosi contro questo soggetto “ingrato” che non si rende conto di tutti i sacrifici che loro hanno fatto per lui – aggiungendo, così, anche la colpevolizzazione!

Un elemento comune che si riscontra in pressoché tutte queste situazioni è la mancanza di comunicazione. Ma, più al fondo, vi è la mancanza – da parte dei genitori – di percepire la realtà psicologica, il “mondo interno” dei loro figli, cioè qualcosa che non è materiale, concreto, visibile e che potrebbe manifestarsi soltanto nel dialogo e nella condivisione.

Talvolta, coloro che ci mettono al mondo possono diventare, inconsapevolmente, i nostri peggiori carnefici, pur senza “fare” nulla di particolare. Anzi, proprio “non facendo”: omettendo di incarnare il ruolo dei genitori!

 

Andrea Castiello d’Antonio