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Edoardo Weiss e la psicoanalisi italiana

50 anni fa, il 14 dicembre 1970, negli Stati Uniti, a Chicago, moriva Edoardo Weiss, nato a Trieste il 21 settembre del 1889, apprezzato internazionalmente per molti suoi meriti clinici e scientifici, e conosciuto come il padre della psicoanalisi italiana.

Autore di oltre 100 lavori pubblicati in tedesco, inglese e italiano, il suo testo più interessante (e più facilmente reperibile, oggi, in lingua italiana) è STRUTTURA E DINAMICA DELLA MENTE UMANA, pubblicato nel 1960 in inglese e tradotto da Raffaello Cortina nel 1991.

Qui la mia recensione al libro (pubblicata nel 1993 sulla rivista Giornale Italiano di Psicologia, n. 1, pp. 170-172).

Allievo e poi collega ed amico di Paul Federn (1871-1950), conobbe Sigmund Freud a Vienna, si specializzò in psichiatria e divenne membro della Wiener Psychoanalytische Vereinigung.

Weiss ha vissuto e lavorato in Italia – Trieste e Roma – tra la fine del primo conflitto mondiale e l’avvento del nazi-fascismo e delle leggi razziali (1939) allorché emigrò negli USA.

Nel nostro Paese, dal 1919 in poi, Weiss ha avuto il merito di “costruire” la psicoanalisi italiana, intessendo legami con le poche altre persone in quei tempi interessate all’opera di Freud, occupandosi di scrivere ed anche divulgare la psicoanalisi, mantenendo però il legame internazionale – ad esempio, collaborando con l'Internationale Zeitschrift fur Psychoanalyse.  

Dal 1931 al 1939 si stabilì a Roma, ricostruendo la Società psicoanalitica italiana (SPI), già fondata a Teramo nel 1925 da Marco Levi Bianchini (1875-1961), società che sarà riconosciuta dall’associazione internazionale un decennio dopo, avendo nel frattempo pubblicato un libriccino, gli Elementi di psicoanalisi, con prefazione di Freud (l’editore è Ulrico Hoepli di Milano).

La Rivista italiana di psicoanalisi, organo ufficiale della SPI, fondata nel 1932, ebbe vita breve perché soli due anni dopo la sua nascita fu soppressa dalle autorità fasciste che già in precedenza avevano causato a Weiss la perdita del posto di lavoro presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste.

A Roma Weiss entra in contatto con due dei tre cofondatori della psicoanalisi italiana, Emilio Servadio (1904-1995) e Nicola Perrotti (1897-1970) – il terzo è Cesare Luigi Musatti (1987-1989) – e tre anni prima di lasciare l’Italia pubblica Agorafobia, isterismo d'angoscia (Cremonese, 1936).

Negli USA l’opera di Edoardo Weiss ha il suo completo dispiegamento.

Dopo un iniziale passaggio presso la prestigiosa Menninger Clinic di Topeka, Weiss si sposta a Chicago, ove rimarrà per tutta la sua vita, e qui entra in contatto con Franz Alexander, si impegna nella cura degli scritti del suo maestro e analista Paul Federn – che si tolse la vita nel 1950 alla vigilia di un secondo intervento chirurgico per combattere il cancro – pubblica una quantità di importanti lavori (libri e articoli scientifici), fino alla decisione di rendere pubbliche le lettere scambiate con Freud pubblicando il libro SIGMUND FREUD COME CONSULENTE (uscito in inglese nel 1979 e tradotto in italiano da Astrolabio nel 1971).

Weiss curò l’opera di Federn e scrisse l’introduzione a un suo importante lavoro, uscito nel 1952 con il titolo Ego Psychology and the Psychoses (New York: Basic Books), tradotto successivamente in Tedesco e pubblicato in italiano da Boringhieri (Torino) nel 1976: Psicosi e psicologia dell'io.

Esiste un’accurata biografia di Weiss pubblicata  nel 2005 dallo storico Paul Roazen, EDOARDO WEISS: THE HOUSE THAT FREUD BUILT (New Brunswick: Transaction Publishers), un libro che ho recensito sulle pagine della rivista The Psychoanalytic Quarterly (numero 2, aprile 2012, pp. 492-500), mai tradotto in italiano, pur se lo meriterebbe, non fosse altro per omaggio a Edoardo Weiss, e poco conosciuto in Italia probabilmente a causa dell’ostracismo della psicoanalisi ufficiale verso gli studi di Paul Roazen che evidenziò quanto Freud fosse… poco freudiano!

Vedi il mio articolo Come lavorava Freud con i suoi pazienti? nella rivista Psicologia Contemporanea, numero 272, pagine 52-57, 2019.

 

Andrea Castiello d’Antonio