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CUSTER
Come molti ragazzini nati nel decennio successivo alla fine della Seconda guerra mondiale il “generale” George Armstrong Custer ha rappresentato una figura favolosa, un vero eroe, un comandante di cui seguire le gesta – anche con l’aiuto dei mitici soldatini (ve ne era uno che raffigurava proprio il biondo generale sul suo cavallo rigorosamente bianco) e con il supporto dei film che allora si potevano vedere, in specie La storia del generale Custer (1941), diretto da Raoul Walsh e interpretato da Errol Flynn nel ruolo del protagonista.
Negli anni Sessanta sarebbe arrivato sui grandi schermi Custer eroe del West (1967), diretto da Robert Siodmak e interpretato da Robert Shaw, in cui si offre una lettura meno eroica del condottiero, e poi il dissacrante Il piccolo grande uomo (1970) con Richard Mulligan, diretto da Arthur Penn in cui si riscrive la classica narrazione delle gesta di Custer anche con toni decisamente irridenti. Ma negli anni Sessanta era già stata completata la Trilogia del dollaro di Sergio Leone, con il che il West aveva cambiato definitivamente volto, almeno nella rappresentazione cinematografica.
Tornando a Custer, questo libro a firma di Larry McMurtry si colloca in un’area intermedia tra la ricostruzione storica, la critica, l’ironia, l’analisi sociologica, la rivisitazione di testi classici, arricchito da qualche cenno trasversale in cui si collegano i fatti (notissimi, elaborati, discussi, messi in dubbio, ridiscussi, e ancora oggi oggetto di dibattiti e approfondimenti) che condussero il “generale” (che generale non era) e 268 cavalleggeri verso la morte alla situazione sociale, politica e militare dell’epoca.
Si tratta di una vicenda importante e di grande significato simbolico (alla quale i cittadini americani fecero inizialmente fatica a credere) che può essere vista anche sotto l’ottica degli stili di comando, dell’interpretazione della missione e del ruolo, e più in generale della leadership: ed è per questo che qui ci interessa.
Il 25 giugno 1876, esattamente 150 anni fa, si svolse quella che sarebbe rimasta nella storia come la Custer’s Last Fight, immortalata in diversi dipinti e litografie e ripresa persino da Buffalo Bill Cody nel suo grande spettacolo che portò in giro in America e anche in Europa.
Il Lieutenant Colonel (tenente colonnello) Custer aveva 37 anni, era stato un indisciplinato cadetto dell’accademia militare – “visse West Point come un adolescente esuberante considera un campo estivo: un buon posto per divertirsi” (p. 25) – un valoroso comandante nella guerra civile americana e un ardimentoso condottiero nelle pianure dell’Ovest a caccia dei nativi ribelli.
Sempre molto sicuro di sé stesso, insofferente delle regole, convinto di possedere un intuito speciale, invigorito dai successi ottenuti sui campi di battaglia che, in qualche modo, rinforzavano la convinzione di sapere e saper fare, Custer non studiò l’area in cui avrebbe voluto dare battaglia, non si affidò ai suoi informatori (gli scout Arikara e Crow) che gli sconsigliavano di procedere al contatto con il nemico e, per di più, era convinto di trovarsi di fronte a un numero di guerrieri molto diverso da ciò che invece dovette affrontare. Dal suo punto di vista, la disciplina, la tattica e la formazione dei proprio uomini – che però aveva notevolmente fiaccato costringendoli a una avanzata rapida: “non gli venne neppure in mente che una marcia forzata di ottantatré miglia avrebbe messo le truppe in condizioni di svantaggio” (p. 39) – avrebbe avuto ragione su un pugno di guerrieri che in buona parte sarebbero fuggito di fronte alla carica di cavalleria.
In tale prospettiva, divise il 7th United States Cavalry Regiment in tre tronconi, tenendo per sé 5 compagine e assegnando 3 compagnie a ciascuno dei suoi ufficiali, il maggiore Marcus Albert Reno e il capitano Frederick William Benteen (una compagnia fu destinata alla gestione dei rifornimenti). La difficilissima comunicazione tra i tre battaglioni sia prima che nel corso degli scontri (anche Reno e Benteen furono ingaggiati in combattimenti con i nativi), l’impossibilità di sapere con esattezza dove si trovassero le compagnie, la reazione immediata e furibonda dei guerrieri (Lakota Sioux, Cheyenne e Arapaho), la sottovalutazione dell’abilità dei condottieri avversari e la scarsa conoscenza delle loro tattiche di guerra contribuirono sicuramente alla disfatta.
Alla ricerca della vittoria, spronato dal mito della sorpresa e della rapidità d’azione, preoccupato dall’idea che i nativi potessero sfuggirgli, Lunghi Capelli attaccò senza rispettare il piano tattico che imponeva di attendere l’arrivo dei generali Gibbon e Terry: “in tutta la sua carriera, Custer non aveva mai aspettato nessuno… Nella battaglia di Little Bighorn, ignorò tutte le norme e mandò i suoi soldati in battaglia a mezzogiorno, quando erano esausti” (p. 79).
Ambizioso – in ciò rinforzato strumentalmente da un suo superiore, il generale Philip Sheridan – egocentrico, cinico, per nulla propenso a considerare i disagi e le sofferenze dei propri uomini, sempre e comunque proteso ad attaccare, portatore del mito della rapidità d’azione (rifiutò di portare con sé le mitragliatrici Gatling e lasciò indietro la compagnia con le salmerie per non essere rallentato nei movimenti), era una persona affascinata dal rischio e dal tentare la sorte con la convinzione di poterne comunque uscire fuori, anche se le cose si fossero messe male: “Custer fu impulsivo per tutta la vita, e quasi sempre guidato da un’estrema fiducia in se stesso” (p. 85).
Comandante simbolo di un’epoca e mitizzato, a cui furono attribuiti soprannomi poetici come Son of the Morning Star (ma fu per la sua tendenza ad attaccare alle prime luci dell’alba) o più crudi, come Hard Ass (per la resistenza a stare in sella) e Iron But (per la durezza del suo comando) negli anni finali della sua carriera – e della sua vita – era solito concedersi il privilegio del cuoco personale e aveva scelto come inno del reggimento la melodia irlandese Garry Owen che faceva suonare dalla banda che seguiva i soldati.
Dunque, una leadership che propendeva ad una certa grandiosità in cui si intravede la sottovalutazione del rischio – “la sua strategia era una sola: essere aggressivi” (p. 90) – l’incapacità di accogliere informazioni o punti di vista disconfermanti le proprie convinzioni, l’orientamento a basarsi sui successi – del passato – senza considerare che ogni prova (ogni battaglia) in certo senso riparte da zero e il passato, come la vittoria facile conseguita al Washita, non può considerarsi un affidabile predittore del futuro.
Inoltre, l’egocentrismo, la volontà di non condividere l’attesa vittoria con altri, la motivazione al successo, tutto ciò insieme ha contribuito a creare le condizioni perfette per la tempesta. Una tempesta che può essere letta con la chiave del senso di onnipotenza, della perdita del senso del limite, del tendenziale narcisismo – vedi la scarsissima considerazione con la quale gestiva i suoi soldati, quasi a dimenticare che il successo di un capo, di un comandante, dipende dal proprio capitale umano!
In Bibliografia (estremamente sintetica) l’autore cita tra gli altri quattro libri che nel tempo sono stati tradotti in italiano e che qui segnalo per chi volesse approfondire l’argomento. Si tratta di (riporto direttamente le edizioni italiane): La mia vita nelle pianure (Mursia, 2015) – importante, perché è l’autobiografia di Custer – Alce Nero parla (Adelphi, 1982), Toro seduto: la sua vita, i suoi tempi (Mondadori, 1994) e Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (Mondadori, 2017),
Significativi anche i tre libri scritti dalla moglie Elizabeth Bacon Custer, strenua difenditrice della memoria del marito, e il testo che riporta una scelta delle lettere scambiate tra i due coniugi (pubblicato nel 1950) a cura della segretaria privata di Libbie Custer, Marguerite Merington (1857-1951).
A questi personalmente aggiungerei Custer and the Little Big Horn: A Psychobiographical Inquiry di Charles K. Hofling (Wayne State University Press, Detroit, 1981). E, per entrare nell’atmosfera di ciò che fu la Guerra civile americana, un testo che ho trovato interessante (e che ho recensito anni fa) sempre nell’ottica della leadership, è quello di Edward G. Longacre, Unsung Hero of Gettysburg. The Story of Union General David McMurtrie Gregg (Potomac Books. University of Nebraska Press, 2021).
Infine, una nota sull’autore di questo libro bello e originale, un libro che davvero interroga il lettore: Larry McMurtry (1936-2021), texano, ha prodotto importanti opere, vincendo nel 1986 il Pulitzer Prize per la narrativa con Lonesome Dove (tradotto da Einaudi) e nel 2006 l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale con I segreti di Brokeback Mountain. Assolutamente da non perdere il suo libro dal titolo Cavallo pazzo (Einaudi, 2025).
Andrea Castiello d’Antonio
Questa recensione è stata pubblicata sul numero 17, Ottobre 2026, della rivista