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“Che facciamo oggi?”
È una domanda che ascoltiamo continuamente.
Una domanda apparentemente innocua, ma che forse contiene qualcosa di più profondo sul nostro modo contemporaneo di vivere.
Che facciamo oggi? Dove andiamo? Che cosa vediamo? Quale mostra? Quale film? Quale ristorante? Quale viaggio? Quale altra esperienza possiamo aggiungere alla nostra giornata?
Fare, fare, fare.
Sembra che il tempo debba essere continuamente RIEMPITO.
Un pomeriggio senza programmi appare quasi come un tempo sprecato.
Una domenica trascorsa senza fare nulla può suscitare inquietudine.
Appena si apre uno spazio vuoto, sentiamo il bisogno di riempirlo.
E così costruiamo una successione incessante di esperienze: viaggi, weekend, concerti, cinema, mostre, ristoranti, incontri, fotografie, escursioni.
Ma qui emerge un paradosso:
Più facciamo, meno tempo sembra rimanere per vivere veramente ciò che facciamo.
Un viaggio viene organizzato, realizzato, fotografato e raccontato.
Poi, dimenticato. E quasi immediatamente, cominciamo a pensare al successivo.
Un film finisce… e cerchiamo quello dopo.
Una mostra viene visitata…. e diventa una fotografia sul telefono.
Un'esperienza viene consumata e rapidamente sostituita da un'altra.
Se chiedi a una persona di ritorno da un viaggio come è stato, spesso ti senti rispondere “Bello!”, e stop.
Poi ti dice “Vieni che ti faccio vedere le foto sul cellulare…”
Una serie infinita di immagini che, per chi guarda, hanno poco significato.
Ma viene il sospetto che non significhino niente anche per chi le ha scattate!
Il problema non è certamente fare molte cose.
Il problema nasce quando non riusciamo più a sostare dentro ciò che abbiamo fatto.
La psicoanalisi ha molto da dire su questa difficoltà.
Donald Winnicott ha attribuito un'importanza fondamentale alla capacità di stare soli, che non coincide con l'isolamento né con la solitudine patologica.
La capacità di stare soli presuppone una sufficiente sicurezza interna: poter rimanere con sé stessi senza dover immediatamente cercare uno stimolo esterno.
È una capacità preziosa e oggi forse particolarmente fragile.
Ne ha scritto anche la Klein, in altra prospettiva di cose di questo genere ne ha parlato Erik Erikson. E molti altri…
Stare senza fare.
Stare con i propri pensieri.
Stare con un'altra persona senza dover continuamente parlare o organizzare qualcosa.
Stare davanti a un paesaggio.
Leggere lentamente.
Lasciare che un ricordo riaffiori.
Permettere a un pensiero di svilupparsi senza doverlo immediatamente trasformare in un'azione.
Wilfred Bion, attraverso il concetto di rêverie e attraverso la sua concezione dell'elaborazione dell'esperienza emotiva, ci aiuta a comprendere quanto sia necessario un tempo psichico nel quale ciò che viviamo possa essere trasformato e pensato.
Non basta vivere un'esperienza perché essa diventi automaticamente esperienza psichica.
Occorre poterla elaborare.
Altrimenti rischiamo di accumulare esperienze senza trasformarle in memoria significativa.
L’idea che una persona “con molta esperienza” sia automaticamente migliore o più saggia di altre, è una balla.
È possibile viaggiare moltissimo e ricordare pochissimo.
Vedere centinaia di film senza che quasi nessuno lasci una traccia.
Visitare musei, città, paesaggi in una successione così rapida da non avere il tempo di lasciarsi sorprendere veramente da qualcosa.
Una città può diventare una serie di luoghi da “spuntare”. Un museo una collezione di fotografie. Un concerto un video da conservare sul telefono. Una vacanza una sequenza di immagini.
In questo modo rischiamo di essere contemporaneamente molto occupati e poco presenti.
Il tempo viene riempito, ma non necessariamente vissuto.
È la differenza tra fare esperienza e consumare esperienze.
Nella società contemporanea anche l'esperienza rischia di diventare una merce da consumare.
La vacanza deve essere “indimenticabile”.
Il fine settimana deve essere “speciale”.
Il tempo libero deve essere utilizzato bene.
Perfino il riposo sembra dover produrre qualcosa: benessere, salute, efficienza, nuove energie.
E così anche il tempo libero viene colonizzato dalla logica del fare.
La tecnologia accentua ulteriormente questo processo.
Appena compare uno spazio vuoto, prendiamo il telefono.
Guardiamo un messaggio, una notizia, un video, una fotografia.
Passiamo da uno stimolo all'altro.
La nostra attenzione viene continuamente sollecitata.
Ma una mente continuamente sollecitata rischia di perdere la capacità di sostare.
E la sosta non è tempo perso.
È il luogo nel quale può nascere il pensiero.
È nello spazio tra un'esperienza e l'altra che possiamo accorgerci di ciò che abbiamo provato.
È nel silenzio che un'emozione può diventare riconoscibile.
È nella pausa che un ricordo può assumere un significato.
È nella possibilità di non fare immediatamente qualcosa che può emergere un desiderio autentico.
Lasciare che un pensiero ritorni.
Perfino annoiarsi.
La noia, oggi, sembra diventata quasi intollerabile. Appena compare uno spazio vuoto, prendiamo il telefono. Controlliamo messaggi, notizie, social network. Cerchiamo qualcosa da vedere, ascoltare, commentare.
Come se il vuoto fosse diventato un nemico.
Eppure, il vuoto non è necessariamente assenza.
Forse, allora, una delle grandi difficoltà dell'uomo contemporaneo non è soltanto la mancanza di tempo.
È l'incapacità di abitare il tempo.
Abbiamo agende piene, ma forse sempre meno momenti realmente abitati.
Facciamo molte cose, ma non necessariamente le trasformiamo in esperienza.
Siamo continuamente in movimento, ma il movimento non coincide necessariamente con il vivere.
Non si tratta, naturalmente, di contrapporre nostalgicamente il passato al presente, né di sostenere che dovremmo smettere di viaggiare, andare al cinema, incontrare persone o progettare attività.
Si tratta di qualcosa di diverso.
Si tratta di recuperare la capacità di fermarsi.
Di permettere a ciò che abbiamo vissuto di sedimentare.
Di non passare immediatamente all'esperienza successiva.
Forse qualche volta, alla domanda “Che facciamo oggi?”, potremmo rispondere:
“Stiamo!”
Non come rinuncia.
Non come passività.
Ma come possibilità di ascoltare ciò che accade quando finalmente smettiamo di riempire ogni spazio.
Perché una vita ricca non è necessariamente una vita piena di attività.
Forse, ogni tanto, alla domanda “Che facciamo oggi?” potremmo rispondere:
“Nulla. Vediamo…”
Vediamo che cosa succede.
Vediamo dove ci porta la giornata.
Vediamo che cosa ci viene voglia di pensare.
Vediamo se riusciamo semplicemente a stare.
Perché una vita piena non è necessariamente una vita piena di cose da fare.
È una vita nella quale ciò che facciamo riesce, almeno qualche volta, a diventare qualcosa che abbiamo veramente vissuto.
È una vita nella quale ciò che facciamo riesce a diventare qualcosa che abbiamo veramente vissuto.
E forse è proprio questa la differenza tra una vita semplicemente piena e una vita psichicamente abitata.
Andrea Castiello d’Antonio