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L'utopia del possibile. Anna Freud tra pedagogia e psicoanalisi

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Parlare, oggi, di Anna Freud significa da un lato fare un tuffo nel passato (un passato che sembra remoto) e dall’altro sporgersi verso un futuro che ancora non si è compiutamente realizzato, collegato com’è alle possibilità di applicazione e di sviluppo delle numerose proposte ed intuizione che la minore dei sei figli di Freud elaborò nel corso degli anni. Vi è, però, anche un terzo elemento, costituito dalla sensazione (per alcuni, una certezza) che Anna Freud faccia dignitosamente parte dell’ampia schiera degli psicoanalisti dimenticati, di coloro che non hanno mai raggiunto le vette di un interesse scientifico e/o professionale diffuso e sui quali vi sono, tutto sommato, limitate elaborazioni e ancora più contenute prospettive di evoluzione.

In questo quadro credo che sia opportuno fornire una serie di sintetici spunti al fine di toccare con mano le dimensioni sopra accennate, e proseguire con alcune riflessioni su alcune altre questioni, cercando di bilanciare l’attenzione all’attività clinica con le considerazioni che provengono dalla storia della psicoanalisi. Soprattutto pensando al vertice clinico cercherò di mostrare, a mo’ di flash, quelli che possono essere i maggiori contributi di Anna Freud da far vivere o recuperare, nel vissuto delle sedute con le persone che, in determinati momenti della loro vita, denominiamo “pazienti”. Credo comunque sia importante notare che discutere, oggi, di psicoanalisi significa abbracciare idealmente “le psicoanalisi” presenti nel panorama internazionale: l’eredità di Anna Freud è disseminata in alcune di queste (spesso assai diverse) “psicoanalisi”, mentre in altre è del tutto ignorata, oppure osteggiata… 

Questa è la prima pagina del saggio di Andrea Castiello d’Antonio nel libro:

L'utopia del possibile. Anna Freud tra pedagogia e psicoanalisi

A cura di ANNA GROTTA e PAOLA MORRA

Edizioni Pendragon, Bologna, 2017

Pagine 286, Euro 22,00