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American Psychologist - Adulti, Adultità, Adultoidi

Cosa vuol dire “essere adulti” oggi, nei primi decenni del Duemila? Lo sviluppo verso lo stato di “essere adulti” è oggetto di un numero speciale della rivista AMERICAN PSYCHOLOGIST (maggio-giugno 2020).

 

La fase di entrata nei ruoli adulti, sia nel contesto familiare, sia nel lavoro, è via via sempre andata allungandosi nel tempo, venendo erosa da una fase adolescenziale che si è prolungata nel corso dei decenni.

Ricordo il classico lavoro del tedesco, naturalizzato statunitense, Peter Blos, L’adolescenza: un’interpretazione psicoanalitica, del 1962 (tr. it. FrancoAngeli, Milano, 1971) che già all’inizio degli Anni Sessanta parlava del fenomeno della adolescenza prolungata. Oggi siamo nel pieno di questo (e di altri) fenomeni psico-sociali che hanno cambiato radicalmente il mondo occidentale rispetto a come era fino alla seconda guerra mondiale.

Un altro mutamento importante riguarda l’incremento degli adulti single, delle famiglie child-free e della diminuzione della fertilità, cosa che ha liberato molti adulti di oggi dall’occuparsi della cura e dello sviluppo della prole. L’attuale Economia della conoscenza comporta che gli adulti siano oggi molto più impegnati a tenere il passo con i cambiamenti del mondo e con ciò che la vita di lavoro esige in termini di formazione continua, sviluppo delle skills e impegno nel mantenere o sviluppare il proprio stato di benessere, posto sempre più a rischio dai repentini mutamenti globali.

Vi è poi il fattore del prolungamento degli anni di vita ma anche, fortunatamente, della migliore qualità di vita che molte persone riescono a realizzare, almeno nei paesi avanzati, ad esempio impegnandosi a lungo in attività di lavoro o di volontariato dopo l’entrata nella fase pensionistica.

Direi dunque che molti “adulti” sono oggi da vedere “giovani” e attivi, mentre permangono numerosi pseudo-adulti o adultoidi, come scrisse Erich Fromm negli Anni Settanta: persone che si comportano in maniera apparentemente matura ma che, in realtà, non riescono a fare altro che a giocare una sorta di ruolo scenico.

Di questi ingombranti soggetti ne ho trattato – relativamente al mondo del lavoro – in due miei libri: L’assessment delle qualità manageriali e della leadership (Franco Angeli, Milano, 2013) e Il capitale umano nelle organizzazioni. Metodologie di valutazione e sviluppo della prestazione e del potenziale (Hogrefe, Firenze, 2020).  Ma è innegabile che ne possiamo osservare moltissimi esempi nel mondo sociale, politico ed istituzionale, lì ove sarebbe assolutamente necessario avere dei “modelli di riferimento” validi e saggi, equilibrati e ben identificati con le responsabilità a cui devono, o dovrebbero, assolvere.

American PsychologistAmerican Psychologist - la vita adulta

Tornando al numero della rivista American Psychologist, l’età compresa tra i 30 e i 45 anni è senza dubbio quella in cui si giocano i giochi della vita adulta, “negoziando” con se stessi, con le persone care e con la società nel suo complesso la propria dimensione personale ed esistenziale. E’ il periodo denominato established adulthood, fase di vita in cui si assumono molte delle decisioni fondamentali che accompagneranno gli anni a venire ma che – non dimentichiamolo – sono anche frutto di una vita sana vissuta (anche per merito della famiglia di origine) nei tre decenni precedenti.

Nei 13 lavori che compongono il numero della rivista sono trattate molte tematiche con un occhio attento ai mutamento sociali, economici, alle dinamiche storico-politiche che incidono notevolmente sugli ambienti di socializzazione e di education.

Alla domanda “Come e cosa è la Midlife in the 2020s?” le risposte non potevano non essere diversificate e ogni autore centra l’attenzione su alcuni aspetti particolari, puntando infine l’attenzione sugli effetti delle situazioni che l’adulto oggi vive in termini di benessere o malessere, sociale, psicologico, fisico, economico e relazionale.

Alcuni punti specifici che mi sembrano da evidenziare sono i seguenti:

 

(1) il rischio che l’adulto rimandi a “dopo la pensione” l’occuparsi di ciò che gli piacerebbe fare – hobbies, passatempi, impegni alternativi o paralleli all’occupazione professionale principale, e così via;

(2) la necessità di far fronte al maggior impatto dei daily stressors che, se comparati con quelli riportati dagli adulti nel decennio Novanta, emergono come assai più aggressivi:

(3) la necessità di mantenere o sviluppare plasticità – mentale e fisica – al fine di “accompagnare” i tanti cambiamenti, talvolta repentini, che la vita propone.

Ulteriori considerazioni sono da fare in merito alla tarda adultità e il rapporto con le nuove tecnologie.

Alcune ricerche suggeriscono che il rapporto tra gli “adulti vecchi”, cioè le persone che si trovano verso la fine dell’età adulta e stanno per entrare nella terza età o senescenza, possono incrementare il loro stile di vita con l’ausilio delle tecnologie, oppure rinforzare ed integrare la loro dimensione sociale attraverso l’uso delle tecnologie di comunicazione. Ma ancora più interessante è la questione della normatività: vale a dire il “dover rimanere giovani” che molte culture occidentali impongono agli adulti e ai tardo-adulti. Si potrebbe dire: forever young!

Rimane anche la constatazione di quanto potrebbe fare – e quanto potrebbe essere di supporto – la psicologia nel suo complesso per rendere la vita adulta e il passaggio verso la terza e quarta età più sano e igienico possibile. Ma della sottoutilizzazione delle applicazioni della psicologia nella società mi sono già occupato nel contributo dal titolo La sottoutilizzazione della psicologia

A mio modo di vedere, non vi è dubbio che nel nostro Paese abbiamo la necessità, ormai urgente, di mettere in campo ogni azione per incrementare il livello di adultità della popolazione.

Ciò che si vede, e si è visto nel corso del tempo recente è, al contrario, l’infantilizzazione della popolazione italiana!

 

Andrea Castiello d’Antonio