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La psicoterapia? Non posso permettermela...

Una delle esperienze tipiche e ricorrenti che accadono nella vita professionale dello psicoterapeuta è costituita dalla persona – cioè dal “paziente” - che rinuncia a proseguire dopo i primi incontri.

Spesso ciò si verifica con una telefonata nella quale afferma il paziente di non poterselo permettere.  Il riferimento del paziente è al costo che la psicoterapia avrebbe nel bilancio della sua vita e per il suo budget. Alcune volte questa motivazione è del tutto reale e comprensibile perché ci sono terapeuti – spesso i soggetti “di gran nome”, spesso gli psichiatri piuttosto che gli psicologi – che presentano parcelle esorbitanti. Per intendersi: se si è disponibili a pagare una classica visita medica dallo specialista (ortopedia, cardiologia, ecc.), molto competente e di grande esperienza anche diverse centinaia di euro, pagare cifre del genere per iniziare un percorso che prevede almeno un incontro alla settimana e per un tempo difficilmente definibile non è praticabile. Quindi vi sono situazioni del tutto ragionevoli per le quali la persona decide di non proseguire.

Qui però mi occupo di altro genere di situazioni quando - nonostante il primo colloquio fosse andato bene, si fosse già creata una certa sintonia reciproca e le cose più importanti come, appunto, l’onorario professionale, fossero state insieme definite, chiarite ed accettate dal paziente - ecco giungere la telefonata che sconferma tutto.

E’ l’abbandono post primo colloquio, il drop out, il più delle volte concretizzato per sms o email poco prima del secondo appuntamento già regolarmente fissato.
Che cosa è accaduto? Spesso, nella mente del terapeuta si crede poco alla motivazione esplicita e dichiarata del paziente, soffermandosi su quel “Non me lo posso permettere…” che, prima ancora di introdurre l’elemento denaro, sta a segnalare una qualche, indefinita impossibilità della persona nel continuare gli incontri. In ogni caso, nel tempo che segue la telefonata di disdetta del (potenziale) paziente, le spiegazioni che ci si può dare sono poche: diciamo che sono sostanzialmente due. La prima, la più semplice e lineare, è quella di ritenere che la persona che ha prematuramente abbandonati non avesse né una vera motivazione, né un sufficiente bisogno di intraprendere il percorso della psicoterapia. Sì, la psicoanalisi, e tutte le principali forme di psicoterapia, non sono roba per tutti, è necessario avere un certo “coraggio” per intraprenderle, oppure (purtroppo!) stare davvero male, sentirsi da soli, senza riferimenti di vita, e con una sofferenza pulsante e palpabile. Ma è anche vero che per fare una terapia psichica bisogna essere – paradossalmente - sufficientemente sani…Altrimenti si interrompe il cammino, a volte dopo aver effettuato un lungo giro per gli studi di vari terapeuti, o non lo si inizia neppure! Appunto.

Da qualunque parte si guardi la questione, la persona, il quasi-paziente che lascia, o non era sufficientemente sofferente, oppure stava talmente male che, veramente, non poteva farcela a portare avanti una terapia. Non può permetterselo, proprio così. E’ una spiegazione plausibile. Ricordo di aver letto tempo fa una volta un libro scritto da uno psicologo americano che parlava della psicoterapia a seduta singola… In fondo, anche quell’unico, iniziale colloquio, può aver avuto un effetto terapeutico; talvolta alla persona sembra sufficiente aver condiviso il problema, o una parte del problema, con un professionista che lo ha ascoltato con comprensione per trarre qualche beneficio.

Vorrei spendere qualche parola per aiutare la persona che tende ad abbandonare, a non proseguire, la persona che lo ha già fatto (eventualmente più volte), insomma la persona che, dopo un positivo primo colloquio, o dopo le prime sedute, pensa non posso permettermelo! Attenzione! Dentro ciascuno di noi vi è sempre qualcosa che, paradossalmente, lavora contro la possibilità di stare meglio, di vivere meglio. Questo “qualcosa” tende a sabotare il desiderio di essere felici o, almeno, di vivere una vita con un grado minore di problematicità, preoccupazioni e infelicità. Quindi accade che quando il potenziale “paziente” incontra davvero la persona che potrebbe aiutarlo/a, trova il modo per fuggire via… Uno di questi modi è rappresentato dal pensiero di cui sto parlando.

Ma perché la persona sente di non poterselo permettere?

La prima risposta è legata a cose della realtà, della vita pratica. Non ci sono soldi sufficienti, il tempo è scarso, la distanza è eccessiva. Insomma, nell’economia settimanale di vita non si riesce a trovare il giusto spazio per recarsi dallo psicoterapeuta. Tutte queste motivazioni sono, troppo spesso, solo degli alibi – o sono motivazioni solo in parte reali, che vengono ingigantite al massimo -. Sono, appunto, quel sabotaggio che la persona fa a se stessa negandosi la possibilità di stare meglio o, almeno, di fare un tentativo per stare meglio.

La seconda risposta è più profonda. Davvero la persona, dentro di sé, ma in modo assolutamente inconsapevole, sente che non ha il diritto di stare meglio, di provare a farsi aiutare, di uscire fuori dallo schema di sofferenza nel quale è incastrata. Come se ci fosse un bisogno di punirsi per qualcosa che si sente di aver fatto, o per qualcosa che si sente di non poter aspirare a essere o fare. In sostanza: “si deve rimanere così!”. Non si ha idea di quante sono le persone che vivono una intera vita di sofferenza perché non si danno il permesso di vivere in modo diverso.

Dunque, caro potenziale paziente… Se senti di aver bisogno di farti aiutare, se vedi che da solo/a non ce la fai, se prima o dopo hai conosciuto un professionista che può aiutarti, prova a continuare ad andare, non farti bloccare dall’idea "Non posso permettermelo…"