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La mia recensione del libro: Neuropsychology For Coaches

Autori: 
Paul Brown, Virginia Brown
Casa editrice: 
Open University Press. McGraw-Hill Education, 2013. Pp. XV+143, £ 19.99.

Questo libro scritto da Paul e Virginia Brown si propone come una guida semplice ed essenziale per comprendere i concetti di base della neuropsicologia applicata al coaching. Un tema che potrebbe apparire a prima vista assai particolare e sicuramente inconsueto, ma che rappresenta una delle nuove frontiere della ricerca e delle riflessioni sul coaching, naturalmente sull’onda del formidabile sviluppo delle neuroscienze avvenuto nel corso degli ultimi tempi.

Le idee che emergono da queste pagine sono numerose e assai diversificate. Da un lato sembrerebbe che sia ormai necessario modificare alcuni concetti tipici del coaching – o almeno integrarli – alla luce delle neuroscienze; dall’altro i casi di studio, le vignette e le esemplificazioni che sono rappresentate tendono a testimoniare una nuove fonte di risorse per il coaching, ed una possibile strada di contatto con delle scienze decisamente forti come sono la neurofisiologia e la neuropsicologia.

Sarà il lettore a giudicare se e quanto le neuroscienze possano addirittura rivoluzionare le attuali concezioni del coaching – e, per estensione, del counseling e delle psicoterapie (ma su tali argomenti esiste già una letteratura specifica) – attraverso una migliore comprensione delle basi biologiche del comportamento e, pertanto, dell’interazione tra coach e coachee. Il punto di svolta sta proprio qui: in che modo le interessanti e recenti scoperte sul funzionamento della mente e sulla biologia cerebrale possono essere applicate al coaching? E, se pure ciò fosse possibile, quale e quanto sarebbe il vantaggio che ne potrebbe derivare?

Nella Prefazione gli autori presentano dei brevi resoconti del loro avvicinarsi alla materia, ad esempio quando nel 2012 ascoltarono una conferenza in New York in cui oltre tremila neuroscienziati dibattevano sui temi più diversi, finendo con il convincersi dell’utilità di un approccio integrativo piuttosto che analitico al tema del connubio tra coaching e neuroscienze. Da qui, l’idea di scrivere un libro che utilizzasse ciò che oggi conosciamo sul cervello per capire meglio le pratiche del coaching, dando vita a ciò che è definito un work in progress – e non potrebbe essere diversamente, considerate le continue novità che provengono dalle neuroscienze -.

Le riflessioni sul funzionamento del cervello, considerato come cervello sociale, ben si applicano alla relazione professionista-cliente, e il primo capitolo si concentra proprio sulla capacità del coach di comprendere ciò che avviene nella mente del coachee.

Se le analisi degli aspetti relazionali ed emozionali possono essere familiari al lettore, si sarà sorpresi dalla discussione di elementi chimici ed elettici nella trasmissione delle informazioni nel sistema nervoso centrale.

E’ necessario un certo sforzo per passare dagli aspetti neurochimici del cervello alla comprensione di ciò che avviene nella mente del coachee, ma anche dello stesso coach. Può venire in aiuto, in tal senso, il modello neuro-comportamentale illustrato nel capitolo quinto, con lo scopo di evidenziare la possibilità di stimolare nuove connessioni mentali nella mente (o nel cervello?!?) del coachee. Ma in sostanza, l’obiettivo di fondo è sempre quello di stimolare nel cliente un cambiamento all’interno della cornice di fiducia che si crea nel corso delle sessioni di coaching. I capitoli conclusivi del testo tornano sugli aspetti affettivi ed emotivi della relazione per poi proporre una sintesi in sette principi di base di ciò che è definito il Neurobehavioural Modelling.